AI: attenzione prima all’intelligenza manageriale ed emotiva

Può l’intelligenza artificiale supportare, se non addirittura in parte guidare, i processi aziendali?

Al di là di proclami futuristici è chiaro che questa nuova tecnologia stia rivoluzionando il nostro modo di vivere:

  • auto che controllano, e rendono più sicuro, il nostro stile di guida;
  • assistenti virtuali che organizzano le nostre agende;
  • applicazioni musicali ci propongono nuovi brani, in base ai nostri gusti.

Se nella sfera privata l’impatto è evidente, e si basa sulla profilazione e l’analisi evolutiva dei nostri comportamenti, nella sfera organizzativa le cose sono più complesse.

Intelligenza artificiale e organizzazione aziendale

organizzazione aziendale

Da un’analisi pubblicata dall’Harvard Buiness Review emerge che solo l’8% di aziende leader nei propri settori è riuscita ad applicare con successo progetti di AI, mentre la stragrande maggioranza fallisce o non riesce a diffonderla realmente all’interno della propria organizzazione.

E questo perché – come hanno argomentato gli autori, tre partner di McKinsey,  non si tratta di una tecnologia “plug and play”, non è cioè uno strumento che una volta introdotto ottimizza ed efficienta i processi da solo.

È necessario che l’azienda definisca obiettivi e linee guida prima della sua introduzione per monitorarne l’utilizzo.

In Italia solo un’azienda su 10 (il 12%) – e una su due tra le grandi multinazionali (56%) – tra le imprese che non sono ICT hanno completato un progetto basato sull’intelligenza artificiale, in base ai dati del Politecnico di Milano.

E se nel settore bancario ed assicurativo l’utilizzo di questa tecnologia è ormai alla base del funzionamento delle piattaforme per i clienti ed è quindi uno strumento di sviluppo strategico del business, nella maggior parte dei casi invece è raro che siano i top manager o i responsabili funzionali di area a seguire in prima persona tali progetti.

Spesso invece sono delegati a figure più tecniche, di supporto e questo è uno dei principali motivi per i quali l’introduzione di AI non solo non porta l’innovazione sperata, ma spesso si rivela un progetto costoso ed inefficace.

La nostra esperienza in Ema Partners conferma queste evidenze e suggerisce alle aziende alcuni passaggi chiave.

Prima di tutto, creare un solido “business case”: è fondamentale chiarire perché si introduce l’intelligenza artificiale, illustrando costi e benefici di questo processo che è un vero e proprio cambiamento di cultura e mindset aziendale nel suo insieme.

Per questo il secondo suggerimento è di ridefinire i processi all’interno dell’organizzazione perché l’impatto della AI è trasversale e pervasivo e – terzo spunto, legato al precedente –  stabilire anche una road map di implementazione, identificando attori chiave e sponsor pronti a sostenere l’iniziativa.

Infine, non meno importante, è fondamentale che l’introduzione di intelligenza artificiale sia accompagnata da un giusto mix di competenze manageriali e di infrastrutture tecniche adeguate ed aggiornate: se infatti spesso è il primo elemento a mancare e la sua assenza è decisiva, è altrettanto chiaro che senza dotazioni tecnologiche di ultima generazione questo passaggio non si può fare.

Intelligenza artificiale e intelligenza manageriale

intelligenza manageriale

Alle aziende consigliamo quindi di avere una forte attenzione, in fase di assunzione, alle competenze tecnologiche e digitali dei candidati, puntando su un background il più diversificato possibile, unito a soft skill manageriali.

I candidati con alto potenziale quindi oggi sono quelli che hanno la maggior capacità adattativa e di apprendimento in un contesto spesso in veloce evoluzione e senza modelli predefiniti da seguire.

Intelligenza artificiale e intelligenza emotiva

intelligenza emotiva

Essere open minded, avere la capacità di procedure per tentativi strutturando un processo di verifica e monitoraggio per correggere possibili errori in corsa, saper accettare questi stessi errori – e sconfitte – come parte della crescita personale sono tutte qualità che ancora erroneamente oggi vengono chiamate “soft”, così come l’empatia e la capacità di ispirare il proprio team per metterlo nelle condizioni di saper lavorare al meglio.

Ma la capacità di osare non significa improvvisare, ed è quindi necessario che i leader del futuro abbiano anche forti doti analitiche, un approccio strutturato e un metodo di procedere coerente.

Così come l’AI necessità di tecnologia e capacità manageriali, così i manager del futuro devono saper combinare metodo e creatività.

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